Quando i figli tacciono: l’ascolto rivoluzionario

Redazione
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C’è un silenzio che fa tremare più di mille grida: quello dei ragazzi che non rispondono, che smettono di confidarsi, che incrociano lo sguardo dei genitori come fosse uno specchio appannato. In I figli non ci ascoltano più – saggio agile ma densissimo di Rocco Enrico Di Dio, edito dal Gruppo Albatros Il Filo nella collana Nuove Voci I Saggi (pp. 86, € 13,90, EAN 9791223609804) – questo silenzio diventa protagonista, interpellando la responsabilità di madri, padri, insegnanti e dell’intera comunità educante.

Di Dio, palermitano, uomo di fede e fondatore di un gruppo di volontariato nato durante la pandemia per sostenere le famiglie più fragili, affronta la questione con sguardo esperienziale: ogni pagina è attraversata dal racconto diretto di situazioni vissute, di dialoghi interrotti, di tentativi di riconciliazione falliti o, talvolta, riusciti. Non siamo davanti all’ennesimo manuale pedagogico che dispensa ricette universali; qui c’è la carne viva delle testimonianze, filtrata da una sensibilità che ricorda la caritas cristiana dei Padri della Chiesa unita alla sociologia relazionale di un Bauman inquieto.

Il titolo stesso, con quel “non ci ascoltano più”, è un grido sommesso che ribalta il punto di vista: non siamo noi adulti, secondo Di Dio, a non capire i ragazzi; sono loro che – saturati da stimoli rapidi, da relazioni mediate dallo schermo, da modelli educativi spesso contraddittori – faticano a riconoscere negli adulti interlocutori credibili. La perdita di credibilità diventa dunque la vera emergenza educativa. E il saggio, pur nella brevità delle sue pagine, disegna un percorso critico che spinge il lettore a interrogarsi sulle “zone d’ombra” del proprio linguaggio quotidiano: quali parole usiamo? quali tempi concediamo? quale coerenza viviamo?

L’autore individua un paradosso apparente: mai come oggi i genitori sono presenti nella vita dei figli – li accompagnano, li supportano, li sorvegliano – eppure “educano di meno”. L’iper-presenza fisica non sempre coincide con una presenza simbolica, autorevole, capace di offrire orizzonti di senso. Di Dio cita a modello le famiglie coinvolte nella sua rete di volontariato: nuclei dove l’essenziale (cibo, cure, tempo condiviso) diventa chiave per ristabilire il dialogo, a testimonianza di come la prossimità autentica sappia riaprire canali comunicativi che l’opulenza a volte ottunde.

Da buon saggista, l’autore intreccia microstorie ed esempi reali con riflessioni macro-sociali sul cambiamento culturale. Il lettore assiste a un montaggio serrato di scene: un padre che, impegnato a perfezionare il profilo Instagram del figlio quindicenne, si accorge troppo tardi delle sue ansie; una madre che compra ogni volume di auto-aiuto in circolazione ma non riesce a guardare negli occhi la figlia; un professore che, nella didattica a distanza, si scopre spettatore passivo del proprio fallimento formativo. Ogni episodio diventa specchio, talora impietoso, talora catartico, in cui riconoscere le proprie fragilità.

Uno dei capitoli più suggestivi è dedicato al concetto di “tempo qualitativo”: Di Dio lo definisce «il kairos domestico», quel momento opportuno in cui la parola adulta si fa ponte, non barriera. Non quantità, ma qualità dell’ascolto; non predica, ma presenza. In termini di stile, l’autore dosa un registro piano e colloquiale con lampi di lirismo: metafore bibliche, proverbi siciliani, citazioni di sociologia contemporanea convivono in un equilibrio che rivela tanto l’uomo di fede quanto l’osservatore laico.

È impossibile ignorare la chiave biografica che permea il testo: il gruppo di volontariato creato in pieno lockdown, quando la distanza fisica rischiava di diventare scissione emotiva, è la matrice da cui germina l’intero progetto editoriale. Non a caso, il libro conserva l’urgenza del diario di bordo: si avverte che quelle pagine dovevano essere scritte, per sublimare il carico emotivo accumulato e restituirlo alla collettività come strumento di discernimento.

Dal punto di vista editoriale, il Gruppo Albatros Il Filo dimostra ancora una volta la volontà di valorizzare voci emergenti che propongono riflessioni attuali senza rinunciare alla profondità. La collana Nuove Voci I Saggi si conferma laboratorio di pensiero critico: libri snelli, accessibili, ma lontani dalla superficialità dei pamphlet-usa-e-getta. In un mercato dominato da volumi-mattone o da prodotti di consumo istantaneo, un saggio di 86 pagine può sembrare una scommessa controcorrente; eppure è proprio questa misura “tascabile” a rendere la lettura fruibile per genitori già sovraccarichi di impegni, suggerendo che la profondità non dipende dalla lunghezza, ma dalla densità.

A chi è rivolto il libro? A tutti coloro che ruotano nell’orbita educativa: genitori, docenti, allenatori sportivi, catechisti, ma anche i ragazzi stessi, che possono ritrovarvi – magari con un sorriso amaro – la fotografia dei nodi comunicativi che vivono ogni giorno. Di Dio non si erge a guru: rifiuta l’altezza del pulpito in favore del tavolo condiviso. La domanda che guida il testo non è “Come facciamo a farci ascoltare?”, bensì “Siamo disposti noi, per primi, ad ascoltare?”.

Nel finale, l’autore offre un piccolo vademecum di buone pratiche, volutamente non esaustivo: accorgimenti che nascono dall’esperienza concreta e che invitano a sperimentare, adattare, reinventare. Nulla di prescrittivo: al centro rimane la relazione, un organismo vivo che richiede cura quotidiana.

Con I figli non ci ascoltano più, Rocco Enrico Di Dio firma un testo che è al tempo stesso confessione, analisi sociologica e chiamata all’azione. Un mosaico di storie e riflessioni che restituisce dignità al mestiere di educare, ricordandoci che la felicità dei figli – «il bene più prezioso che abbiamo», si legge nell’incipit – si costruisce su quell’arte antichissima e rivoluzionaria: l’ascolto reciproco. Leggerlo significa concedersi una pausa di consapevolezza nella frenesia del presente, e forse, finalmente, tornare a sentire la voce dei più giovani come eco di domande che ci riguardano tutti.

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